ESPERIENZA E RAPPRESENTAZIONE NEL MONDO
SENZA TEMPO
1980 - 2010
Giulio Trapanese
1. C’è un’impressione se si guarda alla
storia degli ultimi trent’anni: che ne sia impossibile una storiografia.
Una storiografia sulla scia della tradizione e dei suoi tempi. Una
descrizione entro il quadro dello svolgimento regolare delle cose
perpetuatosi, nel corso degli ultimi secoli della storia umana, fino a
questo momento. Quest’impressione ci porta a intravedere come gli ultimi
decenni abbiano trasformato non solo il contenuto di ciò che si
descrive, ma, più che in qualunque altro momento, la possibilità nel
modo, nei tempi, e, in definitiva, nel senso, di descriverlo. L’analisi
critica della storia appena scorsa è, quindi, immediatamente legata al
punto in cui si trova la nostra soggettività, o ciò che di essa ne è
rimasto. Nessuna visione ci riporterebbe, infatti, maggiormente al punto
di partenza di quella di presentarci come spettatori d’un processo
oggettivo, altro da noi, da poter essere descritto – fosse anche per
definire l’impossibilità di farlo.
Radicalizzare questo punto di vista,
portarlo alle conseguenze più naturali: considerarci soggetti implicati
sempre, comunque, nella riproduzione totale del sistema in cui viviamo
2. D’altra parte già scrivere davanti ad
uno schermo di un computer è inscriversi in un mondo tecnologico
all’avanguardia del suo sviluppo e pattuire un senso sempre e comunque
contemporaneo. Un essere qui proprio qui, diverso da ieri e diverso da
domani. Una localizzazione della nostra soggettività che già parla
dell’universo complessivo della realtà della vita di oggi; che già si
esprime in una lingua di simboli e cifre, che immediatamente dà un
colore luminosamente artificiale alla vista d’uno sfondo, omologa le
lettere in identiche battute, rendendo più astratto ciò che è più
concreto, sensibile, immediatamente vivo
3. Voglio riprendere un testo comparso
su questa stessa rivista nel numero 01 a cura di A. D’aloia:
«Il mondo virtuale e quello
materiale sono invece oggi messi in parallelo, e non in contrapposizione
dialettica, nel senso che la virtualità si configura non come una
simulazione delle possibilità di cambiare il reale, quindi non come uno
strumento d’intervento sul materiale, se non in forme controllate
dall’alto e per conto del capitale, ma come universo in sé, sorta di
buco nero della creatività sociale in cui dirottare e far scaricare la
libido collettiva. Proprio quando la creatività sociale acquisisce una
potenza ma avuta prima essa perde però di vista qualsiasi obiettivo di
interesse collettivo, una forza tecnologica incredibile senza ricadute
concrete sul mondo in cui viviamo che, invece, langue nella dismissione
e nel degrado»[1].
La virtualità come universo in sé, che domina, ergendosi a sovrana
dall’interno, in modo interiore, produttore di senso.
4. Se la virtualità è un fenomeno
contemporaneo si può chiedere se la religiosità tradizionale non fosse
un antesignano di questa nostra virtualità. Cosa è infatti «religio» da
un punto di vista della teoresi se non «forma di rappresentazione di là
dalla vita qui»; cioè trasposizione su un piano fisso e senza
effettualità dei prodotti della sorgente viva del divenire della vita
umana e non?
Cosa è «al di là»? se non al di là della
vita comunque tutta qui nell’esperienza dell’uomo con il mondo delle
cose, della natura e degli altri individui della sua specie?
Allora: quali sono i paragoni possibili
fra queste virtualità storiche e la nostra virtualità cognitiva e
sociale di tipo informatico?
5. Jahvè è più in alto della tecnica e
del consumo. Ma Jahvè è anche più esteriore di qualsiasi feticcio della
contemporaneità consumistica. Più forte ma più fragile perché in grado
di affermarsi solo nella conservazione, nel tenere a freno, nel
rinnovare la fede dettando la legge identica a se stessa del divieto. La
merce nella forma divulgativa dello spettacolo genera trend, mode,
fenomeni stagionali e transitori, cicli non naturali, che in quanto
ritorno e ripetizione non finiscono di per sé e non corrono il rischio
di essere soppressi una volta identificati nella loro natura. Sono
fantasmi che si autodistruggono per poi risorgere dalla cenere
inconsistente della fragile coscienza degli spettatori dell’anonimo e
luccicante processo di valorizzazione del capitale d’oggi.
Il capitale d’oggi è eterna distruzione
ed eterna ricomposizione. Oggetti, coscienza, senso del tempo, vite. Dio
era eterno, la religione, una volta proclamata dai suoi profeti, era
eterna anch’essa. Bisogna capire oggi le strutture immanenti alla
coscienza sociale d’eternizzazione del capitale come esistenza. Di ciò
che lo rende impermeabile alla morte, e la forza della sua veste
spettacolare come sua difesa.
6. Ogni vita umana si salda su
rappresentazioni di sé. Senza, è perduta. Diviene trasparente a se
stessa nel grado massimo e cioè diviene invisibile. Rappresentazione è
nome generico per ciò che fissa una prospettiva, un impegno di veduta,
un senso possibile.
Ogni consenso è una rappresentazione.
Ogni rappresentazione s’instaura nel varco inconsapevole del singolo e
si può esprimere nella coscienza. Ogni consenso vive nell’adesione
intima d’una personalità a ciò a cui si lascia appartenere. Non c’è
potere senza consenso e rappresentazione. Ogni soggetto è già sempre in
un senso che lo trascende come singolo e questo senso è la base anche
delle irreggimentazioni di tipo politico.
Società di massa è il massimo livello di
dominio delle rappresentazioni. Nel loro variopinto e post – ideologico
contenuto, ma anche in quanto rappresentazione di per sé, vale a dire
scissione di credenza ed esperienza, di virtualità e presenza.
Intelletto in opposizione allo sguardo. La sudditanza all’immagine
rispetto alla ragione.
Dominio oggi è frantumazione omologante.
Il suo vettore è la velocità dell’elettrone. Il suo potere è l’immagine
fissa del vero. Il nostro sempre vero, d’ogni evidenza e opinione, che è
sempre falso
7. Di quante velocità noi siamo
portatori? Velocità al di sopra della velocità della luce (simultaneità o
entanglement), velocità elettronica (della luce), velocità della
chimica, velocità della reattività nervosa e sensibile, velocità della
riproduzione cellulare, velocità della formazione inconscia della nostra
vita d’anima, velocità di rappresentazione della coscienza. Tempi e
velocità, infine, della critica razionale. Dove vincono la civiltà del
capitale e del consumo? In quale tempo noi viviamo prevalentemente?
Quanto dura l’incisione d’un evento nella nostra vita e – in relazione
ad essa – nella nostra coscienza? Elettronica, schizofrenia,
normoticità, canali satellitari, telefono cellulare e rappresentazione
sociale degli eventi politici di massa sono legati e legabili dal filo
comune della scomposizione della tradizionale vita umana prima della
rivoluzione industriale – e in particolare prima dell’ultima rivoluzione
informatica
8. Bisognerebbe tornare alla critica di
Marx nell’Ideologia tedesca (parte I), quando rivendicava la relazione
d’ogni rapporto fra le idee degli uomini con i rapporti sociali
effettivi fra i singoli considerati nella loro totalità. Tornarci con il
fine d’agire e pensare oggi cosa – fra le innumerevoli cose e gli
innumerevoli stimoli – ci trasforma e ci forma più di tutto. Cosa ci fa
essere di più ciò che noi siamo. Il ruolo dell’economia, nel momento in
cui l’economia è al vertice d’ogni interesse da parte di tutti, va –
proprio adesso sull’onda della sua compiuta realizzazione –
riconsiderato, portato alla luce di ciò che gli dà sostanza, di ciò che
è, in un modo o nell’altro, la sua radice.
La demistificazione di allora di Marx
oggi è ovvietà, non scandalo. Non perché è presente alla coscienza
comune (oramai) psicologizzata di oggi, ma perché esiste già
compiutamente nel mondo.
L’intero mondo, infatti, è già e
continuamente sempre di più un ammasso di merci e soggetti mercificati.
La verità del Capitale come critica dell’economia politica è già reale.
Quella del giovane Marx, invece, quando parla della realtà umana come
totalità delle sue relazioni sociali non lo è ancora, ad oggi, nella
rappresentazione della coscienza
9. Quanto dura un anno in questi anni?
Quanto si mantiene vivo, presente, produttore di senso, un evento
significativo? Quali sono i tempi di reazione ( in una visione
comportamentista), i tempi di rimozione (visione psicoanalitica), o, più
filosoficamente, il valore che l’individuo e la collettività umana danno
a ciò che li riguarda più da vicino? Come sono stati gli ultimi quindici
anni di regime berlusconiano per la coscienza media? Come si sono
susseguiti gli eventi? Quale la continuità, quali le fratture? Quanto è
lontano il 27 di questo mese (Ottobre) al 16 della manifestazione
indetta dalla fiom a Roma?
Tutto al giorno d’oggi sembra dover
produrre sempre un grandioso risultato immediato, e finisce con il
passare silenziosamente nel tempo che segue. La gratuità del senso
individuale si affianca a quello dell’accadere storico degli eventi.
Tutto scorre – non nel senso di ciò che cambia all’interno. Ma in quello
del fluire al di là di sé delle cose. Del loro passare senza lasciare
traccia reali. Del tempo che consuma se stesso come in una catena senza
direzione. Viviamo col tempo una relazione di onnipotente impotenza.
Nella mancanza di vincoli della tradizione, nel nuovo corso della
libertà assoluta di pensare e agire, tutto si potrebbe fare – e il
condizionale lega la coscienza al ritmo dell’astrazione del
fantasticare. Nella reale composizione dei rapporti fra le persone,
però, in verità, nulla può essere fatto – e in fondo all’ideale euforico
della coscienza vive la sua figura disperata d’una vita che non riesce
mai ad esprimersi.
Se tutto viene riprodotto, anche nella
coscienza, in un ciclo di costruzione e distruzione, la sostanza delle
cose rimane la stessa – mentre nella coscienza è diversa ogni giorno.
Distruzione della continuità è distruzione della memoria e distruzione
della memoria è, così, la distruzione del sentimento di poter agire.
10. Il tempo. La struttura fondamentale
del nostro esistere. Ogni cambiamento di visione del mondo, del modo di
vita fra gli uomini, dei loro rapporti con la natura, può essere – in
definitiva – ricompreso all’interno dello spostamento del suo rapporto
con il tempo. Bisogna andare in questa direzione, sottovalutata anche
dallo stesso pensiero critico e scavarci all’interno con la pazienza
dell’indagine e non la fretta della discussione per tesi. Come la
società capitalistica di massa dominata dall’elemento tecnico ha
trasformato il nostro rapporto con la vita, trasformando il modo in cui
noi siamo nel e con e per il tempo.
Possiamo intravederne degli esempi
11. Prendiamo gli anni ottanta e la
distanza che intercorre tra quegli anni e i nostri. Da un punto di vista
astratto si tratta della stessa distanza che c’è fra gli anni cinquanta
e gli stessi anni ottanta; o ancora, quella fra gli anni cinquanta – a
loro volta – e i precedenti anni trenta. Si tratta insomma d’uno spazio
di trent’anni. Cosa possiamo notare? Che negli ultimi trent’anni –
ottanta/dieci – il tempo dello svolgimento delle cose è schizzato nella
rapidità della vita quotidiana della coscienza, ma che non si è rivelato
attraverso passaggi di fase nella coscienza politica di massa e dal
punto di vista delle trasformazioni storiche decisive. Si tratta
d’un’anestetizzazione della percezione della storia sulla base dello
stordimento quotidiano. Al di sotto di innovazioni tecnologiche continue
e di anni di cronache quotidiane della vita da parte dei mezzi di
comunicazione di massa, i tempi delle trasformazioni più sostanziali
sono addirittura rallentati. Si può parlare, da questo punto di vista,
d’una scissione entro la coscienza tra il piano della realtà politica e
quello della sua percezione di massa. Al di là del caleidoscopio di
nuove merci, nuove tecnologie, nuovi stili di vita, la storia prosegue
per una direzione sua, su cui non si può interferire in alcun modo
12. Da questo punto di vista le nuove
tecnologie sono state prodotti e produttori, a loro volta, proprio di
questo corso. La televisione – su cui già abbiamo provato in parte ad
entrare con una visione[2]
– è l’equivalente con il suo ciclo continuo di immagini, voci e
programmi, all’interno della coscienza di massa, della continuità
innaturale (cioè fuori dallo schema veglia/sonno, giorno/notte) della
produzione delle merci senza sosta. Le due onnipotenze – sorte comunque
su binari diversi – convergono oggi sempre di più nella definizione
d’uno schema spazio – temporale oramai introiettato fin dalla nascita:
in qualunque luogo in qualunque momento un’attività o un’esperienza
umana può essere riprodotta, ricreata, reificata. L’unicità dei passaggi
d’ogni momento del vivere si è spenta nella possibilità artificiale di
rifarlo di nuovo – in serie, per imitazione, per contraffazione, non
importa. Ogni giorno la serie televisiva di turno può fotografare la
realtà quotidiana e accompagnando la quotidianità degli spettatori
fermarne, in qualche modo, il suo corso, il suo trapasso, il suo
cambiare, vale a dire il suo prendere coscienza. Ci sono troppi
cambiamenti perché s’innesti nella coscienza il tempo d’un vero
cambiamento da un momento all’altro della vita. Il carattere, se debole,
esprime adattamento ad ogni situazione esterna, se forte, la chiusura ad
ogni prospettiva diversa, e i due si compenetrano. L’intelligenza, dalla
sua, imprigionata nelle immagini date non vive mai più l’attesa della
scoperta nella pazienza dell’incompiuto, ma è sempre già pronta a
trovare la soluzione tecnica e specialistica dei problemi che incontra.
La televisione è un’emozione continua che parla e rappresenta se stessa;
è la vera facoltà di psicologia e quella in cui si insegna per davvero
il parlare continuo di sé a fini di soppressione della vita. Nessuno
parla più, tutti parlano sempre.
Internet, d’altro canto, è una rischiosa
continuazione del processo televisivo con altri mezzi. Una copia più
grande e potente che potrebbe portare alla distruzione la sua stessa
generatrice e il processo che le dà senso, capovolgendo i ruoli della
passività comandata e della teledirezione dell’attenzione. Ma questo non
avviene, e per il momento non avverrà. Il fenomeno dei social network e
del cosiddetto web 2.0 sta a dimostrarlo. Non esiste strumento di
controllo di massa più potente e volontario della cultura di massa che
permea il fenomeno dei social network, che sta distruggendo – se non
l’ha già distrutto quanto almeno a spontaneità, vivacità, legame con la
vita reale – un’intera generazione, e contemporaneamente i loro padri e
forse i loro, i nostri figli.
L’altro giorno un’attivista politica del
movimento degli insegnanti precari di Napoli ha detto che –
contrariamente a quanto si pensa – i giovani continuano ad avere dei
valori, e di alcuni di questi ce lo rivelano le massime esistenziali
pubblicate sulle loro vetrine facebook. Mai come questa volta ciò che si
dice è proprio vero: e quelle frasi sono l’ultima dimostrazione, non
necessaria, della mercificazione della cultura e della disperata
spettacolarizzazione dell’individualità che si viene a generare.
13. Il cuore di questo discorso dovrebbe
puntare sulla consapevolezza che il tema della rivoluzione in Occidente
è la microfisica della coscienza. E questo non perché la vita materiale,
i rapporti fra individui indipendenti dalla loro coscienza, abbiano
perso valore. Anzi. Ma perché nel quadro mondiale di ripartizione di
lavoro e risorse la nostra parte è quella in cui il consumo prevale
sull’attività di produzione di valore e la politica – in senso proprio –
è politica della merce nella sua riproduzione del capitale. Non si può
discutere del capitalismo oggi fermandosi all’aspetto produttivo,
laddove la nuova struttura globale porta i segni della divisione rigida
e ineguale fra diverse parti del mondo. Allora la questione della
coscienza rientra sempre e comunque al centro perché il capitalismo
nella fase attuale consumistica in Occidente è anzitutto la
trasformazione della vita su tutti i fronti e la sua sottomissione alla
logica d’un’accumulazione privata di ricchezze in poche mani senza che
questa ricada mai socialmente nel verso d’un miglioramento e un
progresso, badando a tenere semplicemente ferma ad un certo livello
l’asticella necessaria alla riproduzione del consumo.
14. Date queste premesse, l’Occidente
vive d’una vita morta perché fondata sull’ineguaglianza di ritmi e stili
di vita a livello mondiale e sull’assenza completa d’un progetto lungo
di proprio sviluppo. Soltanto dal punto di vista delle risorse, nei
prossimi cinquanta anni la natura stessa non potrebbe sopravvivere. In
questa vita morta – anestetizzata da una parzialità vissuta e
inconsapevole – gli individui hanno cominciato, ormai da decenni, a
perdere ogni forma di appartenenza. Ma in cosa consiste l’appartenenza?
La sua sorgente è l’esperienza di vita. Il lavorare, il proiettarsi, il
darsi, l’investire in un qualcosa con altri, facendo di quello il
proprio mondo e il proprio senso d’esistere. L’assenza dell’esperienza è
legata all’impasse capitalistico di vero sviluppo economico e sociale e
al suo perpetuarsi attraverso lo schiacciare gli individui umani – pur
nello stato di non lavoro – in figure di passivi consumatori e
spettatori d’un processo troppo più ampio di loro, che non appartiene
loro e su cui essi stessi non possono in alcun modo intervenire.
Nel tempo spezzato della non –
esperienza, ogni astrazione di coscienza ha gioco facile
nell’infiltrarsi nel dominio d’attenzione individuale e a fiorire
indipendentemente dalla vita sottostante nell’illusione delle
convinzioni ed idee quotidiane in cui noi tutti siamo immersi giorno e
notte. Dal tempo in cui è iniziata la gestione pianificata da parte del
potere capitalistico dei mezzi di comunicazione di massa.
15. Se l’esperienza rinvia al destino
concreto d’un singolo o d’una parte, la rappresentazione, nel nostro
tempo, è – in quanto rappresentazione di massa – l’immediata
soppressione dello slancio a prendere e sentirsi parte, il totalitarismo
del punto di vista del dominio su quello possibile delle sue singole
parti e della molteplicità delle prospettive ancorate alla diversità
infinita della vita. Oltre la delega politica si è inserita, infatti,
quella della concezione della vita nei suoi aspetti più intimi,
nascosti, pre – ideologici. Esperienza di vita e rappresentazione
omologata della vita nel nostro mondo senza tempo si scontrano nei
margini residui di resistenza e critica. L’esperienza come ciò che
àncora e lascia scoprire il reale della nostra condizione ha bisogno,
infatti, di tempo e apre al pensiero nella forma della consapevolezza di
ciò che siamo e siamo diventati.
La rappresentazione non chiama in causa
l’attività, si nutre d’istantaneità frammentate, disincarnate e
disimpegnate, che fanno di ogni giorno lo stesso e mai lo stesso; se
essa trionfa, è perché si innalza sulle macerie della devastazione della
prospettiva temporale dell’esistenza.
16. La resistenza di oggi deve
innanzitutto riportare alla vita ciò che dalla vita si è separato e
introdurre per essa e rispetto ad essa un nuovo campo di immagini e
rappresentazioni, che travalichino il fatto della merce e non si lascino
consumare al suo ritmo di scarto. Idee pulsanti che possano irrorarsi di
sangue e speranza e entrare in contrasto progressivamente con l’arido
dominio del vuoto della condizione di oggi e la presunta intangibilità
del sempre identico che si ripete. La rivoluzione di domani – se sarà –
sarà quella della messa in mora del perpetuarsi senza tempo delle
strutture onnilaterali di questo dominio e l’apertura d’una possibilità
storica (un tempo d’attesa di nuovo) che offra lo spazio per riabilitare
l’uomo al rapporto con i fini delle sue azioni e di riporre in atto -
come organizzazione sociale - le potenzialità di interconnessione e
comunicazione che lo sviluppo storico è arrivato ad offrirci. La
rivoluzione di domani dovrà riaprire la partita con il tempo.
NOVEMBRE 2010
[1]
Cfr. Programmazione
cognitiva, in Città Future n. 01
[2]
Cfr. I nuovi giovani e il
narcisismo di massa, in Città Future n. 00