Da L'Ippocrate, n. 2

CRISI È OPPORTUNITÀ. Cambiamento e felicità

Michele Rossena 

Quando la consapevolezza psicofisica ci proietta sulla scena del cambiamento epocale, una crisi radicale condiziona pesantemente il nostro vissuto, soprattutto se non ne riconosciamo tempestivamente la valenza positiva. Una svolta esistenziale è alle porte, spesso tuttavia la neghiamo, demonizzandola. Considero cambiamenti epocali quelli che riguardano le tappe della nostra crescita in età evolutiva, dalla nascita alla prima infanzia, dalla seconda infanzia alla fanciullezza, dalla pubertà alla preadolescenza, dall’adolescenza alla tarda adolescenza, fenomeno quest’ultimo, ormai assai diffuso nella nostra società. Ma riconosco pure cambiamenti epocali quelli i cui segnali percepiamo durante il percorso della nostra crescita adulta, in particolar modo se caratterizzata da un percorso di consapevolezza o miratamente psicoterapeutico. Tant’è che possiamo scientificamente affermare che tutta la nostra vita è testimone di momenti critici, di crisi evolutive quanto di cambiamenti epocali che si insinuano nella mente e nel corpo a rompere l’equilibrio psico-fisico fino a quel momento raggiunto. Oltre ogni valutazione qualitativa ognuno di noi raggiunge un equilibrio in base ai mille parametri della sua unicità e irripetibilità. Pur se l’approccio clinico è in grado (in tutte le scienze olistiche, compresa la psicoterapia) di smentire un equilibrio personale potendolo definire fasullo, malsano o malato. Ma dissento in questo radicalmente dalla classificazione clinico-nosografica dell’incontrastata bibbia psicologica- psichiatrica anni 2000, il DSM, che frammenta la persona riducendola ad un sintomo: sulla scorta di una dolorosa regressione sul piano scientifico-culturale che gravita intorno alle discipline che si occupano dell’umano. Dunque ogni volta che la persona si affaccia al cambiamento, minimo o radicale che sia, una crisi, naturale, fisiologica, evolutiva è lì pronta ad intervenire. Fino agli anni ’60 in psicologia dell’età evolutiva si era soliti affermare che lo sviluppo della persona partisse dalla nascita per prolungarsi nonché completarsi con il superamento dell’adolescenza, drasticamente fissato per convenzione al compimento del 18° anno di età, considerato simbolicamente l’affacciarsi all’età adulta. Parametri rivisitati da oltre quarant’anni dalla psicologia dell’età evolutiva ufficiale, che fissa alla nascita l’inizio dello sviluppo pur considerando l’elemento prenatale – a mio avviso invece determinante per l’evoluzione futura – ed il termine all’ultimo attimo della nostra esistenza. Non c’è cambiamento senza crisi, dunque. Per natura. Un concetto pienamente positivo che sancisce l ’inevitabilità della crisi stessa: alla vigilia del cambiamento è necessario che il nostro sapere cognitivo, affettivo, emotivo, corporeo, relazionale, sociale, venga pienamente messo in discussione: entri in crisi. Lo chiarisce uno storico psicoanalista dell’età evolutiva, Erik Erikson: “La vita è un continuum, caratterizzato da fasi, ognuna delle quali viene raggiunta attraverso una crisi della fase precedente, fermo restando che la risoluzione della crisi è unica ed irripetibile per ogni individuo”. Tuttavia all’espressione emotiva “sto in crisi” noi attribuiamo abitualmente la connotazione “sto male, sto in seria difficoltà, sono a disagio, non mi sento come al solito, mi sento un pesce fuor d’acqua, il mio equilibrio è messo in discussione (le tipiche espressioni le attingo dalla pratica clinica)”. Certamente ogni crisi evolutiva stimola conflitti, disagi, insicurezze e instabilità rispetto al futuro (cambiato). Tutti aspetti alla cui base domina il sentimento della paura: meglio il conosciuto, seppur riconosciuto doloroso, malsano, disagiato che non lo sconosciuto, anche se riconosciuto dalle prospettive rosee. “Crisis” in greco ha un duplice significato: vuol dire “scelta, decisione”, che chiarisce il concetto della mini o maxi rivoluzione psicofisica personale, oppure difficoltà, disagio che definisce i contenuti della crisi, quello “sto in crisi”. In medicina la crisi di guarigione – ovviamente mi riferisco ad una medicina non fondata sulla cura dell’organo o della funzione, ma dell’intera persona – equivale ad una fase critica della terapia. Nelle terapie non convenzionali – per la sua diffusione e soprattutto per gli attacchi mirati della Medicina Ufficiale, parliamo nello specifico dell’Omeopatia – per crisi si intende un momento molto particolare in cui la persona soffre un chiaro peggioramento della sintomatologia: il cosiddetto peggioramento omeopatico. La mente e il corpo, l’unità funzionale della persona, all’assunzione di particolari, mirati e particolarmente centrati rimedi che, si sa, non puntano alla risoluzione del sintomo alla lunga ma allo sradicamento delle sue cause a monte, peggiora sintomatologicamente. Elemento, più o meno lungo nel tempo, che precede sempre, sottolineo sempre, l’inizio della guarigione.

Il senso dell’elemento complessivo definito “crisi” in Omeopatia, di norma, è molto chiaro all’addetto ai lavori esperto. Tuttavia una trentina di anni fa, dopo un seminario da me tenuto al II Policlinico di Napoli nell’ambito della specializzazione in Omeopatia e Agopuntura organizzata dalla Fondazione Omeopatica italiana diretta da Nicola Del Giudice, presentai i contenuti della mia esperienza clinica ad un congresso internazionale di Omeopatia organizzato a Napoli dalla stessa fondazione. Si trattava in sostanza di un lavoro corredato da una casistica clinica, esauriente seppure riferita ad una popolazione ridotta secondo i grandi numeri delle ricerche dell’epoca, che poneva in parallelo il percorso di guarigione in Omeopatia e quello di crescita e risoluzione personale in psicoterapia, intesa proprio come (ri)trovamento della propria essenza individuale profonda. Si mostrava, fra le righe delle storie cliniche, un’affinità dei percorsi allora considerata sconcertante. Per “guarire”, l’andare giù in fondo e a monte del malessere, sia in Omeopatia che in psicoterapia, significa obbligatoriamente entrare tanto in crisi da vivere un peggioramento interiore, fisico e comportamentale tanto vistoso da evidenziare la vigilia di un cambiamento. Quest’ultimo nella fisiologica risoluzione del sintomo che rappresenta la motivazione iniziale della richiesta di aiuto – omeopatico o psicoterapeutico che fosse – avviava un processo di radicale trasformazione dentro e fuori la persona tale da indurre un senso di “ritrovamento della propria esistenza. Tutto ciò avviene “per natura”, in età evolutiva come in età adulta, stimolato da uno stato di malessere, disagio, malattia. Ma mentre per la crescita infantile, puberale e adolescenziale i termini della crisi sono ormai abbastanza chiari, non è così per la condizione adulta in cui la distinzione fra crisi di malessere e crisi come anticamera del benessere non è chiara, talvolta ancora oggi purtroppo anche spesso tra gli addetti ai lavori. La crisi è sempre una nuova chance di svolta esistenziale: basta comprenderla, accettarla per poi digerirla e metabolizzarla come la giusta propulsione verso nuovi orizzonti. Spesso la crisi nasce come reazione difensiva dell’organismo dal contrasto fra il dentro e il fuori come produttore di forte disagio nel corpo, come sostiene il fondatore dell’Analisi Bioenergetica Alexander Löwen. Ma se la persona non ascolta la ribellione del corpo attraverso i suoi disagi, i suoi sintomi, inequivocabili segnali, la malattia incalza: l’ultimo rifugio è da considerare il cancro. In tal senso la malattia diventa un vero e proprio simbolo di protesta.

Anche oltre il fisiologico, in un bambino la “crisi” può essere stimolata da cambiamenti repentini che si sovrappongono violentemente ai suoi naturali cambiamenti. La morte di una persona cara, per esempio, attiva delle difese psicologiche forti, come tutti i traumi psicofisici, gli choc. Una grande minaccia all’equilibrio fisiologico armonicamente messo in discussione dall’evoluzione naturale. Ma che sia un evento figlio della natura o un accadimento casuale, nel bambino, nell’adolescente, la crisi è sempre accompagnata da un emergere temporaneo di sintomi. Allo stesso modo chiamerò “sintomo di crisi”, quello che emerge, pur temporaneamente, nell’adulto posto di fronte alla paura, talora al terrore del cambiamento non tanto e non solo interiore, quanto concreto in senso comportamentale nell’ambito della sua vita quotidiana. È necessario chiarire dunque l’elemento differenziale fra il sintomo espressione dell’urlo di denuncia dell’inconscio di una condizione inaccettabile a confronto con la nostra natura, come sostiene Jacques Lacan fra le righe della sua opera, ed il “temporaneo sintomo di crisi”, espressione dell’urlo di terrore dal profondo che la coscienza media di fronte all’emergere di una forza evolutiva di realizzazione che la persona agisce in piena sintonia con la sua natura. È evidente che questa spinta evolutiva, per entrare giusto un attimo nel cuore del percorso psicoterapeutico, cozza violentemente contro il volere (che spesso si trasforma in potere) del bambino interiore. Esso è radicalmente orientato alla stabilità interiore e comportamentale a difesa di un’identità, spesso precocemente ferita, che per nessuna ragione al mondo intende modificare verso un’identità adulta congruente col benessere psicofisico della persona in toto. Il bambino interiore non si stanca mai di soffrire la pena delle sue ferite e si oppone al desiderio consapevole di cambiamento della parte adulta della persona ormai mirata verso la sua realizzazione. E così il rischio di cambiare, il rischio di star bene ci porterebbe lontano dal nostro background abituale, per quanto sofferente ma estremamente rassicurante. Su quel terreno abbiamo imparato a sopravvivere forti del nostro peculiare sistema difensivo di sopravvivenza, come sono solito definirlo. Ma, per quanto compensatorio e riferito all’età infantile - adolescenziale, questo sistema comporta equilibri difensivi e protettivi che, se messi in discussione, possono stimolare stati di malessere non di rado molto intensi. Tale condizione apparentemente patologica, in realtà esclusivo frutto di resistenze psicologiche al cambiamento, va conosciuta profondamente dal medico come dallo psicoterapeuta per sostenere il paziente soprattutto nel momento di inizio del processo regressivo stimolato dalla paura: con l’emergere frequente dei sintomi. Gli stessi sintomi che avevano stimolato la persona nel passato a chiedere aiuto. E che definivano la sua patologia. Che adesso, di contro, emergono allo scopo di boicottare, annullare le vie dello star bene. Dunque la figura del terapeuta, espressa dalla sua personalità, consapevole, stabile, comprensivo ma fermo nel chiarire al paziente che si tratta di una fase regressiva con sintomatologia espressa in quanto funzionale al blocco emotivo dell’onda evolutiva del cambiamento, risulta determinante nella risoluzione finale del processo terapeutico. Se il cambiamento è forte le resistenze psicologiche sono forti, se il cambiamento è epocale, le resistenze psicologiche sono epocali, con tutta probabilità mai così espresse nel corso del processo terapeutico. Ecco il momento, costi quel che costi, con l’appoggio competente ed emotivamente rassicurante del terapeuta, di sperimentare nella vita quotidiana, chi siamo, la nostra vera identità ad onta della propria paura regressiva e sintomogena. Per cambiare pianeta bisogna sperimentarlo, viverlo, agirlo. Non basta il contributo omeopatico come quello psicoterapeutico, o quello di qualsivoglia approccio, se non c’è l’avvio di un’azione verso il cambiamento che trasformi la teoria in concretezza. Se il nostro quotidiano è coerente con la parte più profonda di noi stessi sarà semplice trovare un significato profondo della nostra esistenza. Per essere realizzati e, perché no, felici, non abbiamo bisogno di emozioni forti, né pacate ma solo di sentirci in pace, in armonia con noi stessi.

 

MARZO 2020